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Mentre a quella gli sgherri allumavano le lanterne, il Donato urlava come un ossesso chiamando la sorella. Niuno risponde. Rovistano gli armadj e più là le stanze contigue : per tutto dimora profondissimo silenzio. En. trano in un lungo corridoio, aprono gli uscioli delle celle : son tutte vuote. In fondo a quel dormitorio era il Capitolo o sala d'adunanza; quivi la Ubaldina aveva raccolto le esterrefatte figliuole. I ciafferi allora cre. dendo che le si fossero ritirate nella chiesa, dànno volta e laggiù frugano sotto gli altari, sotto le scranne, quasi anco vorrebbero guardare le sepolture, ma la chiesa era similmente deserta. Corso rinnova i gridi a Piccarda, e siccome tenevasi beffato, invade con gran furia gli altri lati del monastero, chiama, impreca, imperversa, minaccia fierissimamente la morte a quelle innocenti. Le voci furibonde arrivano fino al Capitolo, e mentre le mona. che stanno quivi senza consiglio e in preda ad un'ambascia mortale, Piccarda s'alza da un genuflessorio e gittatasi a' piedi di suor Chiara con animo franco le dice: Madre mia buona, la tempesta è

per me, non soffremi il cuore che queste sante vergini debban cor. rere alcun rischio per mia cagione ; però se voi me ne fate licenza son parata di presentarmi a costoro per ve. dere che vorranno da me: io mi abbandono nelle brac. cia di Dio. Tanto coraggio rinfrancò la badessa, la quale sentendo omai che i tristi sran tornati al corridoio e filavan diritto alla sala, dopo raccomandato che peranche nè suor Costanza wê le altre uscissero di là, aperse risolutamente la porta, e vedutili si fece innanzi di. cendo : « che fate, cattivelli cristiani ? di chi cercate in nome di Dio?

Voglio la mia Piccarda e subito ! - grida Corso.

State bwno, fratello, non v' inoltrate; qui ... non abbiamo

Piccarda. Piccarda pn era più oggimai Piccarda ma suor Costanza ; la ronachina giocaya di restrizione mentale,

Disp. 29.

Piccarda Donati

e avvegnachè alcuni moralisti vadan biasimando questo ripiego, credo che in quel caso anche i più rigidi non gliel' avrebbon recato a colpa. Come non ci avete Piccarda ?

ripiglia Corso digrignando e scagliandosi ad investire la badessa. In quel mentre una bellissima monaca esce di là, entra veloce fra suor Chiara e quell'empio, e dice:

Chi cercate ? Son io. Furon queste le parole medesime che il Redentore rivolse alla sbirraglia venuta nel Getsemani ad arre. starlo. Queste mansuete e semplici parole gettarono la costernazione nei satelliti di Giuda, forse anco in Giuda medesimo : in Corso Donati e ne' suoi compagni produssero invece accrescimento di rabbia e d'empietà. Corso senz'altro straccia alla sorella i sacri veli della fronte, Farinata l'abbranca per la vita, e sconciamente recatasela in ispalla fugge via a trovare l'uscita. Le grida delle suore feriscono le stelle, corrono in frotta dietro ai sacrileghi ingegnandosi di ridurli a mutar con. siglio, li pregano, li scongiurano per la salvezza del. l'anime loro

Giunti al portone maestro i rapitori trovarono che senza chiave nemmen dalla parte interna potevasi aprire, e la chiave non v' era. Quivi Corso intima alle suore che aprano nel momento : la badessa tergiversando insiste nelle più amorose preghiere, e dice come dacchè per loro sventura avean macchiato l' anima colla sco. munica, non volessero farsi rei altresì di violenza.

Questi sono atti di giustizia e non v'è scomunica, ripiglia Corso alzando il pugno; no, non v'è, non vi dev' essere, non voglio che vi sia !

E la badessa in tuono fermo: Voi, messere, siete di gagliarde fazioni e noi siamo deboli femmine; di vo. stra forza brutale voi, sel vel permette Iddio, potrete abusare per istrazio dello imbelle : ma questa forza non potrà mutare per nulla la essenza delle cose spirituali.

La verità è una come Dio: è indipendente dalla po. tenza e dalla debolezza.

Le parole di questa monaca dovrebbero meditarsi un poco dai contemporanei violatori delle cose sacre; un poco nel quieto della notte, quando non posson dor. mire, quando il rimorso tenta e ritenta di vellicare il lor cuore!

Che scomunica? La non v'è... Un gagliardo e prolungato squillare del campanello rompe allora la parola in bocca al Donato; dopo lo squillare s'ode da fuori una voce: affrettatevi ad uscire, l' ortolano si è sciolto e va per la campagna gridando accorruomo !

Era uno de' tre scherani ch' eran rimasti là fuori a guardia della lettiga.

Ah, briachi, iniqui; chi l'ha legato ? dice Corso.

Io, risponde Ghello, e ... Corso gli mena un manrovescio sul viso, e il colpo accompagna con una bestemmia: il percosso prorompe alla sua volta in una imprecazione : le suore a queste inaudite orribilità si traggono indietro gemendo, racca. pricciando e coprendosi la faccia. Il campanello di nuovo tintinria e tre voci tutte insieme ripetono : fuggite via, la contrada si desta !

Farinata allora non attende altri ordini, levasi nuo. vamente in spalla la fanciulla e corron tutti al cortile, per uscirsene di lì appunto dond' erano entrati. Veduta una scala a piuoli la rizzano al tetto, vi montano alcuni, poi Farinata con Piccarda, indi Corso e tutti gli altri in gran fretta.

Allora sì rinforzarono i pianti, i lamenti, le strida. Ahimè, figlia mia, gridava la badessa : oh, povera suor Costanza ! dicevano le altre; oh, sorella dolcissima, ahi sventura! Oh, Dio salvatela !

Non vel dissi io, urla suor Elia, che il nome

di Costanza era malurioso ? Rammentatevi di Costanza imperatrice (1).

Piccarda sola non piangeva, non diceva parola ; la trafittura del cuore le avea gelato la lingua, l' avea quasi tolta a se stessa. Più forse non sapeva che cosa ella si fosse e dove andasse, ma lasciavasi trascinare come corpo morto. La scala di legno fu tratta in alto e servì per la discesa, che sarebbe tornata più spaven. tosa che mai alla nostra donzella , se la pietà di Dio non vi avesse provveduto con quello sbalordimento d'animo.

Ella fu posta nella lettiga, e il convoglio partì di corsa sospettoso - come ladri che fuggono a nascondere la roba rapita (2).

Dante e Petrarca così cantarono di questo rapi. mento :

Uomini poi a mal più che a bene usi

Fuor mi rapiron della dolce chiostra (3).
Alfin vidi una che si chiuse e strinse

Sopr’ Arno per servarsi, e non le valse :
Chè forza altrui 'l suo bel pensier vinse (4).

(1) Costanza figlia di Ruggero re di Sicilia avendo professato in un monastero di Palermo ne fu anch'essa tratta per forza e data in moglie all'imperatore Enrico quinto, del quale generð Federigo secondo.

(2) « . captamque per vim sororem ad paternam domum secum adduxit Corsus, et sacris discissis vestibus, mundanis indutam ad nuptias coegit. » Rodolfo da Tossignano, loc. cit.

(3) Parad., III.
(4) Trionfo della Castità.

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racconto s'avvia al suo termine: e dal già Adetto

pare che non possa argomentarsi lieto per la nostra desolata donzella, pare che più non le rimanga scampo dalle voglie inique degl' iniqui parenti. A questo si aggiunge che altre

prove, e certamente a trionfarsi più malagevoli di quelle già sostenute, l'attendono ora di

nuovo nel paterno palagio. Non si sconforti per que. sto il leggitore cortese, chè Piccarda è vigorosa da lunga mano di quella verace pietà che nobilita il cuore, insu. blima lo spirito e raddoppia il coraggio. Ella vinse se stessa colla magnanima elezione dello stato

oh, chi ha potenza di vincere se stesso è nato a grandi cose ! Non è dunque da uscire di speranza che la sua grande virtù non possa francarla da tanta pressura ; forse qual. che pietoso porrà un riparo all' atroce persecuzione, e. se non altri, porravvelo colui che agli oppressi giammai non fallisce

Iddio.
Chi crede veramente nella Provvidenza, avvenga

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