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vano di tanto in tanto gli imperadori a darci il malanno con eserciti senza numero, raccozzati da tutte le terre dell' imperio; gente ferocissima, vedete, con certi mo. stacchi rossi unti col sego e appuntati all'insù come le corna del vitello, che a solo guardarli in viso facevano allibire la gente. O bene: quando avean corso un pezzo di mondo e fattolo suo, per esempio, la Toscana, si davano alquanto di requie e facevano le parti : il vino e l' altre robe da mangiare tutte a' soldati, ordinava lo imperadore : poveri ragazzi, hanno durato tanta fatica deggiono almeno mangiare e bere a isonne : la roba che prende poco luogo, come metalli di qualunque ragione e valore, pietruzze e somiglianti cose, queste tutte in. saccate e poste sulle groppe de' muli per me. — Rima. nevano le terre e le poche case che per miracolo all'eccidio erano sfuggite : e qui il conquistatore squadrando i cavalieri che gli facean corona, ordinava : to' Rodolfo tu piglia queste campagne di qua fino all'Arno, te ne faccio sire : tu, Baldino, sarai signore del Mugello : te Guido creo barone del Casentino; tu Ormanno togli la Valdichiana; tu Ulfredo, la Maremma, eccetera. Final. mente imposto loro più o meno migliaia di fiorini al. l'anno, e lasciata con essi parte di quella gente armata, ripassavano le montagne. Figuratevi in che stato rima. nevano i nostri poveri vecchi ; io li compatisco, avve. gnachè d'altra parte sel meritassero un poco, e non ebbe torto Fra Guittone a rimprocciarli di matto consi. glio, e di animo vigliacco. Egli in uno quasi somiglian. te incontro cantò un cantare che si acconciava a quegli avvenimenti e disse:

« Folle chi fugge il suo prode e cher (1) danno,

E l'onor suo fa che in vergogna torna;
E di libertà buona ove soggiorna
A gran piacer, s'adduce a suo grau danno
Sotto signoria fella e malvagia,

(1) Cerca, dall'antico cherere, il quaerere dei latini. Prode, pro, utilità.

E suo signor fa suo grande nemico.
A voi che siete in Fiorenza dico:
Chè ciò ch'è divenuto par v' adagia.
E poi che li Alamanni in casa avete
Servitei (1) ben e fatevi mostrare
Le spade lor con che v'han fesso i visi,
Padri e figliuoli uccisi.
E piacemi che lor debbiate dare
(Perch' ebbero in ciò fare
Fatica assai) di vostre gran monete (2). »

E per quello che a benefizii pertiene è da aggiun. gnere, che alcuni di que' conquistatori, i meno malvagi come sarebbono stati gli Ottoni, in ripassando le Alpi dicevano ai novelli signori : oh ! rammentatevi dell'ani. ma; via, abbiamo preso abbastanza, restituite qualche brandello a benefizio delle chiese e dei cherici, giacchè a' vecchi padroni è impossibile restituire, avendoli noi spediti tutti all'altro mondo. E allora il Guido, l' Or. manno ec. percorrendo la contea, la duchea, il marchesato chiamavano a sè il prete e gli dicevano: vien qua di questa sodaglia di campo e di Bosco non so che far. mene, la regalo a te e a' tuoi successori libera ed esen. te da ogni fio. Più oltre trovavano il chericuccio ed an. che a lui in modo somigliante donavano. Ma se il prete avvertiva : Sire, non ho più chiesa, me la disertarono le vostre masnade ; dove ragunerò il novello mio popolo la Domenica ? Ed egli a lui : oh, i sassi non avranteli portati via, e quand'anco, di sassi ve n'ha un buondato per lo terreno. Pigliali dunque, rifabbrica la chiesuola per lo popolo e il tugurio per te; appresso invece di poltrire in oziosità mettiti a zapponare la sodaglia, e col fimo del tuo giumento la ingrassa. Se pianti la vite tu beverai ; se l' olivo, tu accenderai il lume e condirai i fa. giuoli. Bada bene, nè a me più, nè ai figli miei non venir fuori a chieder nulla : mai più! chè troppo larga

(1) Cioè, serviteli.
(2) Rime di Fra Guittone, Canz. XLI.

donazione t'ho fatto. Passava oltre il barone e ad un altro prete diceva : questi pianacci da capre li do a te : vi puoi fare tre poderi, ed anco quattro a suo tempo. E così gli altri e va discorrendo. — Altri benefizii poi vennero e vengono stabiliti per pie donagioni di terre: no o pecunia, che i buoni cristiani in vita ed in morte lasciano alle chiese ed ai monasteri; di che apparisce lampante quanto ingiusta sia ed empia la dottrina di al. cuni varvassori, i quali fan ressa alla Signoria, acciocchè quelli averi ponga nella camera del comune, e lor mal. vagi conforti rincalzano di falsissime autoritadi. E scal. tri ad infinger giustizia, promettono a' Seri una pecunia annovale; ma oltrechè essa è poca alla necessità della vita, e poca a fronte delle sustanze che si annetterebbe il Comune, la è ancora un'iniquità manifesta. Non sa. rebb'egli iniquo chi pretendesse che i vostri padroni do. vesser perdere le masserie ed i castelli, e in quella vece ritrarre, da chi se li ghermisce, un salario per vive. re? E poi un salario a talento di siffatto rapitore ? E se altri per sue giuste ragioni a me donasse un podere, perchè dovrebbe la Signoria tormelo villanamente e dar. lo ad un' altra famiglia ?

L' avessero a fare a me! (sottentrò Farinata) come? se il padr. . . se uno donasse a me ed alla mia famiglia un podere, dovrebbe un altro venire e agguan. tarselo ? Iddio guardi costui ; chè, giuraddiana, gli schian. terei il cuore dal petto e gliel gitterei sulla faccia.

- Le sarebbon le giustizie de' Saracini; anzi nemmeno fra loro io credo sorgerebbe persona a predicare dicendo : le sostanze delle meschite sono sostanze del Comune; - nessuno nemmeno fra loro! perciocchè là pure si custodiscono a dovere le volontà e i beni de'cittadini, ed anco per loro è peccato il rubare (1). – I beni del.

.

(1) « I Turchi son molto magnifici nelle loro Moschee, ed in tutti gli edifizii che fabbricano ad onore di Dio, e che sono destinati in suo servizio; non solamente per quello riguarda le fabbriche, ma per quello

le chiese e dei monasteri sono de' monasteri e delle chiese : essi soli ed esse ne deggiono avere libera balia e proprietà ; perciocchè que' beni per esser di natura chiesastica sono proprietà verace e reale, non meno che qualunque proprietà di cittadino. Molte altre distinzio. ni e risposte e autorità non infinte io tralascio su que. sta materia: se voi sentiste il mio vecchio Sere come vi ragiona di fondo ! e sì, ch'egli lo farà per istudio d'avarizia ! Non ha giammai un picciolo nella borsa, e trattone un onesto sostentamento, tutto egli versa nelle mani de' poveri. Ma ripigliamo l'interrotto discorso.

La notte Belacqua non velò un occhio, e mormo. rava tuttavia : Lodato il Signore ! ho trovato il rimedio; ecco fatto ogni cosa ! Allo svegliarsi, due grandi pen. sieri si dividevano lo imperio dalla mente: primo, che il figliuol suo benchè ragazzo, ed egli per lui, poteva entrare a possesso d'uno, ed anche di due benefizii, ricchi pur fossero e grossi quanto la pieve di Campoli, di Santa Maria Novella, di Cascia e di Cavriglia : secondo che facea mestieri d' arrotare i ferri per ottenerlo ad ogni costo. Oh qui comincia il baco; ma la coscienza di Belacqua era cedevole quanto la pelle di camoscio, sten. siva quanto la vessica della scrofa : ei non badava ad arti buone o malvagie. Uscito di casa a barlume avviossi alla chiesa di san Brancazio, e come fu quivi presso trovò i beccamorti che ponevano le panche (1) all'uscio di un

concerne l'entrate. . . Santa Sofia edificata dall'Imperator Giustiniano, e ristaurata poi da Teodosio . era la metropolitana del. l'antica Bizanzio: essa ancora oggidi sussiste, ed è stata dai Turchi convertita in Moschea. La barbarie e la superstizione maomettana non è stata cosi sacrilega che abbia toccato le sue entrate; anzi al contrari le ha conservate ed accresciute, in guisa tale che può andar del pari colle fondazioni più ricche di tutta la Cristianità. » Avviso a chi spetta!

Istoria dell'impero ottomano, lib. 3, pag. 41. (1) Anticamente in Firenze era uso che quando moriva qualche cittadino benestante, i beccamorti andavano a spazzare dinanzi all' uscio del morto, e vi ponevano a cerchio alcune panche; ciò significava che in quella casa vera un morto da portarsi alla chiesa.

e

notaio : buona ventura disse fra sè! e pure la mi po. trebbe incogliere alla prima. Si fece dinanzi al primo, e gli ebbe chiesto con bel garbo se fosse morto alcun cherico o prete in quella casa.

Ell' è una monaca rispose motteggiando il beccamorto; era la moglie del notaio. Entrò in chiesa, poi in sagrestia, e al sagre. stano che stava ordinando i sacri vasi e i paramenti si recò in punta di piedi e sospettoso dimandògli : v'ha egli preti morti stamane ? Eh, domine, che direte, maestro ? Dite anzi se merli vivi da uccellare, e dirovvi che sì per ciò che voi mi sembriate il più nuovo merlo che vedessi mai.

E due a digiuno !, disse fra sè Belacqua, andò in chiesa a recitare il rosario. Ma le ave uscivangli del labbro aride e saltellanti, nel modo stesso che aride si sarebbono sparnazzate nel pavimento le pallottole del suo rosario, qualora si fosse strappato il correggiuolo che tenevale in filza.

Andò a San Pietro Scheraggio, a Santo Stefano, a Santa Maria Nipotecosa, a San Salvadore, a San Gio. vanni, a Santa Reparata, all'Annunziata, a Santa Maria in Campo, a San Bartolommeo, a San Pulinari (1) e ad altre assai ; ma per quanto visitasse chiese e sagrestie, le ricerche del benefizio vacante per quel giorno anda. rono a vuoto : di che visto, come non era buon fare in città, volse i pensieri e i passi a battere la campagna.

Vedete, osservò Manetto, come i cherici agognino li beni temporali ?

Vedete, anzi vi dico, come i secolari sian ghiotti de' beni delle chiese ? E questa è la ragione che mentre io vorrei tener ferma la mente e il discorso sopra al fi. gliuolo, la mente e il discorso mi deviano ostinati sul padre, e rattento non vale. Oh più grande mille volte nel padre fu vista la reità per lo fatto luttuoso di que.

(1) S. Apollinare. Antica Chiesa demolita.

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