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filosofici, e mostrandone presente e visibile l'effetto. Questa è la materia dei tre primi capitoli. Nè voglio però negare che fioriscano ingegni vasti e profondi , attissimi alle speculazioni più recondite e sublimi; ma altro è la filosofia, altro sono i filosofi; e si può aver facoltà di ben ragionare, senza mettere in atto questa potenza. Un cattivo metodo, e l'uso di certi falsi principii, resi universali e autorevoli da una usanza inveterata, possono sviare i migliori ingegni. Non nego eziandio che il nostro secolo possa lodarsi nelle scienze razionali di alcuni pregevoli lavori, onde avrò nel seguito occasione di discorrere; ma noto che questi lavori risguardano le parti accessorie, secondarie, e la dipendenza della filosofia, anzichè la sostanza di essa. Or, quando le parti vitali e le radici di questa nobile scienza siano neglette, e i suoi ordini intrinsecamente viziosi ; veggasi, se si può dire con verità che la filosofia sia viva , benchè si attenda da alcuni felicemente a qualche ramo degli studi filosofici. Certo, se l'arte del guarire si riducesse a curare il patereccio o il mal de' pondi, e la dottrina dei vegetabili a conoscere le erbe del proprio orto, niuno vorrebbe affermare che la chirurgia, la medicina, la botanica fossero arti o scienze vive. Ma anche quegli onorevoli cultori di cose filosofiche sono oggi molto rari; tanto che, se uno scritto di qualche nervo , appartenente alla metafisica, si pubblicasse in Europa , il numero dei sufficienti estimatori, atti ad intenderlo e ad apprezzarlo, si ridurrebbe a molto pochi; come accadeva alla matematica sublime nei tempi di Cartesio. Di che porge una prova il vedere, quali miserie in Francia ed altrove salgano in grido di opere ragguardevoli , e procaccino agli autori fama di filosofi ; laddove alcuni altri scritti smisuratamente superiori giacciono non intesi e dimenti

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cati, senz'altro difetto che il proprio merito, e il sovrastare di troppo grande intervallo alla debolezza degli uomini e dei tempi. Vero è che i dilettanti abbondano, quanto mancano i veri studiosi; se la copia degli uni potesse compensare la scarsità degli altri. Chiamo dilettanti coloro, che mirano al solo piacere, e studiosi quelli, che intendono all'instruzione. I primi non leggono che per passare il tempo; negozio gravissimo e difficilissimo per una buona parte dei nostri coetanei. Nè costoro sono però da disprezzare; anzi io li tengo per una gentile e preziosa generazione, quando si contentano di leggere per divertirsi o per addormentarsi, e trattano gli studi, come un trastullo o un narcotico innocente. Ma ogni qual volta s'intromettono di sentenziare e di censurare, diventano, senza volerlo, guastatori delle scienze. Con tal gente hai un difficile partito alle mani; imperocchè non conoscendo essi il soggetto, e non avendo nè anco i termini, ti è impossibile il convincerli, il farli ricredere; e ogni disputa che pigli con loro, è uno scioperio di tempo. Or, siccone è cosa rara che dall' uffizio di ascoltare non si passi a quello di definire, taluno forse potrebbe inferirne che, se è bene alle scienze l'aver dilettanti, sarebbe forse meglio il non averne. A ogni modo, io reputo beate le matematiche, dove i dilettanti non riescono. I quali sono quasi il volgo delle lettere e delle scienze, che commesse alla loro balia, diventano preda dell'arbitrio e della licenza , a guisa delle società civili, dove posposta la ragione dei savi, regna l'arbitrio della moltitudine (1).

Esaminate le principali cagioni, che condussero la filosofia alla nullità presente, propongo i mezzi, che mi paiono più opportuni alla sua instaurazione. La riforma della filosofia consiste a mio giudizio nei principii e nel metodo ; le quali due cose sono inseparabili, giacchè il retto metodo è somministrato e determinato dalla diritta cognizione dei principii. Credesi oggi dai più che il metodo partorisca i principii; il che è un errore gravissimo. I cui fautori volendo spiegare la generazione dei principii , si tolgono ogni via di stabilire le ragioni del metodo; laddove queste, e non quelli, vogliono essere trovate e dichiarate legittime. I principii sono obbiettivi, eterni, assoluti : non hanno origine : si legittimano da sė : si trovano e non si cercano; o per dir meglio si affacciano da sè stessi allo spirito , che li riceve, e se li rende famigliari nell'acquisto riflessivo del sapere. All'incontro il metodo è uno strumento subbiettivo e psicologico, che l'uomo dee procacciarsi, non già procedendo a caso, nè discorrendo artificiatamente, (ogni discorso artificioso presupponendo già il metodo ,) ma pigliandolo dall'intuito immediato del vero, cioè dai principii. Per tal modo il processo subbiettivo si conforma alla verità obbiettiva, e il reale determina lo scibile. Bisogna però notare che anche nel dichiarare ed esplicare i principii si usa un certo metodo derivante da essi , in quanto la riflessione si fonda sopra un intuito immediato e primitivo. Il che sarà reso chiaro nel decorso del mio ragionamento (2).

I principii determinativi del metodo, e per via del metodo produttivi della scienza , consistono in alcune verità prime, dalla cognizione integra o alterata delle quali dipende la sorte della filosofia. Perciò dopo avere nel primo libro determinati questi veri, e ridotti a una formola precisa e rigorosa, quanto quelle de' matematici, io applicherò nel secondo libro essa formola alla storia della filosofia, non già discor

rendo per tutto il seguito de' tempi, ma limitandomi, per modo di saggio, ai sistemi, che fiorirono nelle età più rimote. Imperocchè, se la formola è vera, essa dee contener le ragioni di tutti i sistemi, dee mostrare e spiegare la verità o falsità loro; altrimenti per erronea, o almeno inesatta e manchevole, si chiarirebbe. Per questa ed altre ragioni che tralascio, una verificazione storica dei principii , mi parve se non necessaria, di grandissima utilità.

A chi entra in queste ricerche la prima quistione, che si presenta, è di sapere, in che consista la storia della filosofia, per poterne determinare i principii, e seguirne gli andamenti, i progressi, le vicissitudini. Parecchi moderni, fra'quali l' Hegel è il più illustre, escludono dagli annali di quella le antiche religioni di Europa e di Oriente, e osano appena incominciarli, per la Grecia, dalle scuole italica e ionica, o meglio ancora dalla eleatica , e per l’Asia, dalle sette indiche, che modificarono la dottrina dei Vedi (3). Tutti i popoli più culti della prima antichità, o non ebbero filosofia a detta di costoro , o non ne rimane più alcun vestigio. Ma certo durano molti monumenti religiosi di quelle antichissime nazioni: possediamo interi, o in parte, i codici esprimenti le credenze e il culto di alcune di esse. Ora chi studia questi documenti può agevolmente chiarirsi che quelle vecchie religioni sono in gran parte sistemi filosofici, discrepanti dalle teoriche più moderne, non per la sostanza, ma solo per la forma. La forma poi non fa la scienza; altrimenti Capila e Parmenide, Empedocle e Lucrezio, che scrissero in versi, non sarebbero filosofi, almeno a rispetto nostro. I Vedi, i Ching, l'Avesta, e simili libri, sono vere enciclopedie, in cui il culto, i dogmi positivi, gl' instituti civili, i fatti

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storiali, e anco talvolta le speculazioni filosofiche si trovano a costa gli uni degli altri, or confusi or distinti, e collegati insieme dal genio nazionale, non meno che dall'indole poelica dell'elocuzione. Il paragone della Bibbia non serve; imperocchè il Cristianesimo col Giudaismo suo legittimo antecessore, essendo la sola religione divina , la filosofia vi è distinta dal deposito rivelato contenuto nei libri sacri. Gli Ebrei fra tutti i popoli culti dell'antichità sono forse i soli, che ne' tempi più vetusti, non abbiano avuto filosofia, perchè possedevano la rivelazion primitiva nella sua pienezza; e fra gli antichi libri orientali il Pentateuco è quello, in cui la religione si scompagna meglio da ogni discorso filosofico; benchè esso sia nello stesso tempo un codice legislativo, una storia, un rituale e un catechismo. Dicasi altrettanto degli altri libri protocanonici; senza escludere quello di Giobbe; il qual libro tuttavia pare opera di un'altra tribù semitica, abitatrice del deserto , e ricevuto dagli Israeliti per la sua divina ori. gine. Ma presso le altre nazioni, che non possedevano puro, nè integro il deposito tradizionale, la filosofia era il supplemento naturale della religione, e ne componeva la parte più recondita, custodita e coltivata dal sacerdozio.

L' Hegel e i suoi seguaci non ammettono veramente alcun divario sostanziale fra la religione e la filosofia; ma pretendono che se bene la materia sia la stessa , tuttavia il modo, con cui è trattata , diversifichi essenzialmente le due discipline. Qui v’ ha un doppio errore; imperocchè non si erra meno a immedesimare ogni parte delle dottrine religiose colle filosofiche, che ad escluderle dalla scienza razionale , ogni qual volta si assomigliano per la sostanza. La religione è parte intelligibile, parte sovrintelligibile. Il sovrintelligi

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