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nella sua risposta uccella alle mosche, dicendo che nelle cose della vita è spesso forza appagarsi di meri probabili ?. Si certo; ma questa medesima dottrina, che, in mancanza del certo, bisogna star contento al probabile, non può farsi buona, se non si sanno e credono di molte cose con piena e assoluta certezza.

Qual sia il concetto, che l'autore del Metodo si fa di questa fede provvisoria, risulterà più chiaro dall'esame di un altro punto della sua dottrina , che non contrasta meno del primo alla professione cattolica. Voglio parlare della sua celebre sentenza, ripetuta in più luoghi delle sue opere, che il filosofo non dee prestare il suo assenso, se non alle idee chiare; la quale è il primo dei quattro precetti del suo metodoa. Ora, come mai questa regola può accordarsi colla fede verso i misteri? Anche qui l'Arnauld, il quale credeva bonamente all' ortodossia dell'autore, lo consiglia a specificare che quella dignità è solo riferibile alle cognizioni naturali 3. Non occorre qui il cercare, se anche in ordine a queste, il precetto sia valido, anzi possibile; imperocchè non mi sarebbe dislicile il provare che i misteri razionali e naturali non sono minori in numero e in oscurezza dei rivelati, che il sovrintelligibile si diffonde in tutte le parti del nostro conoscimento, che le idee più chiare hanno un lato oscuro, e che la luce intellettiva più sfolgorante è accompagnata da un buio impenetrabile. Ma questo non appartiene al mio presente proposito. Ciò che mi contento di notare si è, che la regola cartesiana, essendo generale e assoluta, dee logicamente riferirsi anche ai misteri della religione; e che la chiarezza, di cui vi si parla, essendo immediata e diretta, non può intendersi di quell' evidenza indiretta e mediata , a cui partecipano eziandio gli arcani della rivelazione, in quanto la loro credibilità è fondata su prove evidenti e irrefragabili. Dico

1 Ibid., p. 267, 268. 2 V. Disc, de la méth., tom. I, p. 141 e le Medit. passim. 3 OEuv., tom. XXXVIII, p. 34, 35.

logicamente; perchè in effetto il Descartes esclude dalla sua regola la fede e la morale, come vedemmo averle rimosse dal suo dubbio metodico. Ma la ripugnanza della clausula non è minore in un caso, che nell' altro. Imperocchè qual è il motivo del privilegio ? Come può essere ragionevole in religione un processo assurdo fuori di essa ? O lo spirito umano può trovar la nota del vero, eziandio nelle idee oscure, o non può trovarla. Nel primo caso, dee loro assentire anche in filosofia; nel secondo, dee rigettarle anche in religione. Il piantare, come base metodica, che l'intelletto dee solo aderirsi all' evidenza, se vuol conoscere il vero e schivar l'errore, è affatto inutile, quando s' introduce qualche eccezione a questa regola. Imperò, se non vogliamo supporre che il Descartes paralogizzi in modo troppo enorme, dobbiamo inferirne che l' esclusione della fede e della morale dall'apparecchio dubitativo del suo metodo, e dalla prima regola metodica, sia una mera cautela esteriore di politica o di creanza. Tanto che quella fizione, che abbiam veduto non doversi attribuire al dubbio cartesiano, secondo il caritatevole presupposto di Antonio Arnauld, si potrà, senza calunnia, ascrivere alla religione e alla fede di Cartesio.

Veggiamo tuttavia, se i termini usati da questo autore in vari luoghi confermino la nostra sentenza. « De quelque preuve, et ar« gument que je me serve, » dic' egli, « il en faut toujours revenir « là, qu'il n'y a que les choses que je conçois clairement et « distinctement qui aient la force de me persuader entièrement ?.» Si può egli parlare in modo più generale ? « Il n'y a point de doute « que Dieu n'ait la puissance de produire toutes les choses que * je suis capable de concevoir avec distinction; et je n'ai jamais « jugé qu'il lui fût impossible de faire quelque chose, que par « cela seul que je trouvais de la contradiction à la pouvoir bien « concevoir ? » Si può in guisa più espressa far della mente

" Medit. 5. OEuv., tom. I, p. 317. * Medit. 6. OEuv., tom. I., p. 322.

umana la misura assoluta del vero? E se si può o si dee giudicare impossibile a Dio il fare ciò che non si può ben concepire, senza contraddizione, qual è l' arcano rivelato, che rimanga illeso ? Imperocchè l'essenza dei misteri consiste appunto in un'apparenza di contraddizione, che s' incontra, quando se ne vuole ben concepire la natura. Nelle Regole per la direzione dello spirito, egli parla in modo non meno espresso : « Règle deuxième. Il ne « faut nous occuper que des objets, dont notre esprit paraît capa« ble d'acquérir une connaissance certaine et indubitable ; » onde rigetta tutte le cognizioni probabili '. Nè crediate che ivi intenda discorrere solo di certezza e non di evidenza immediata; imperocchè cosi ragiona in appresso : « Il suit de là que si nous « comptons bien, il ne reste parmi les sciences faites que la « géométrie et l’arithmétique, auxquelles l'observation de notre « règle nous ramène, » E quindi : « De tout ceci il faut conclure, « non que l'arithmétique et la géométrie soient les seules « sciences qu'il faille apprendre, mais que celui qui cherche le « chemin de la vérité ne doit pas s'occuper d'un objet, dont il ne “ puisse avoir une connaissance égale à la certitude des démon« strations arithmétiques et géométriques ? » Finalmente, la regola che segue rimuove ogni dubbio : « Règle troisième. Il faut « chercher sur l'objet de notre étude , non pas ce qu'en ont pensé a les autres, ni ce que nous soupçonnons nous-mêmes, mais ce « que nous pouvons voir clairement et avec évidence, ou déduire « d'une manière certaine. C'est le seul moyen d'arriver à la « science 5. » Le cognizioni tradizionali, e le prove indirette sono apertamente sbandite. Ora io chieggo, se un uomo, che assente alle verità rivelate, possa esprimersi con una tale generalità e precisione, (anche volendo parlar solo delle scienze umane,) senza aggiungere qualche temperamento, che riduca al segno un me

1 OEuv., tom. XI, p. 204-209. 2 Ibid., p. 206-209. 3 Ibid., p. 209 seq.

todo cosi pericoloso, e impedisca l'abuso, che altri può farne, volgendolo alle religiose credenze? Nel resto, ho voluto citare questi ultimi passi, (che non fanno se non ripetere sottosopra la dottrina del Metodo, e delle altre opere del Descartes,) perchè tolti da uno scritto, che il sig. Cousin leva al cielo, dicendo, che pareggia per la forza, e vince forse per la lucidezza, il Discorso sul metodo e le Meditazioni. In tale scritto, e in un altro che l'accompagna u on voit encore plus à découvert le but fondamental de Descartes « et l'esprit de cette révolution qui a créé la philosophie moderne, « et placé à jamais dans la pensée le principe de toute certitude, « le point de départ de toute recherche régulière. On les dirait « écrits d'hier, et composés tout exprès pour les besoins de notre « époque. » E conchiude dicendo, che « la main de Descartes y « est empreinte à chaque ligne !. » lo lascio molto volentieri al sig. Cousin la sua tranquilla fiducia sulla perpetuità del psicologismo, e sulla inespugnabilità di questo bel sistema, ch'egli difende come cosa propria ; ma assento pienamente all'ultima riga del suo elogio.

Se avessimo a fare con una di quelle teste forti, in cui la logica è il primo bisogno, gli squarci allegati basterebbero a chiarire come il Descartes la pensasse in opera di religione, e renderebbero superflua ogni ulteriore indagine. Ma egli non è già di questa tempra : il suo ingegno non si spaventa delle ripugnanze; anzi vi si compiace : e non si trova filosofo antico nè moderno, che non che superarlo, il pareggi, nella grossezza e nella frequenza delle contraddizioni. Da questa parte adunque potremmo conciliare la sua dottrina della chiarezza col debito della fede, senza alcuna difficoltà ; e se al parer suo, il far che una cosa sia e non sia nello stesso tempo, è agevole all' onnipotenza divina, il credere e il non credere insieme, é a nostro giudizio, molto facile a Cartesio. La nostra conghiettura ha tanto più di peso, che il filosofo torsigiano

1 OEuv, de Descartes, tom. XI, p. 1, 1.

comincia a verificarla su questo medesimo articolo della chiarezza delle idee; come si vede dalle sue risposte agli avversari delle Meditazioni. Questo libro delle Risposte mi par uno di quelli, che mettono in maggior luce la virtù filosofica dell'autore, mostrandolo arrenato a ogni passo dalle obbiezioni, che gli si fanno ; le quali per lo più non sono molto recondite, e sarebbero dovute antivedersi dalla sagacità più comunale. Ma esse giungono nuove al nostro valente pensatore ; onde lo vedi affaccendato a tarpare, modificare, ristringere, allungare, conciare, come Dio tel dica, le proprie dottrine, e immaginare i più bei temperamenti, per ischermirle dai colpi degli avversari : credo che un filosofo più impacciato non siasi veduto al mondo mai. Se non che, guizzando e scivolando alla francese, egli si mostra abilissimo a dissimulare le angustie dello spirito colla destrezza e discioltura della penna. Cosi nella risposta alle seconde obbiezioni raccolte dal P. Mersenne', egli è costretto a confessare, che a malgrado delle sue idee chiare, Iddio è incomprensibile. « Lorsque Dieu est dit être inconcevable, « cela s'entend d'une pleine et entière conception, qui comprenne u et embrasse parfaitement tout ce qui est en lui, et non pas de « cette médiocre et imparfaite qui est en nous ?. » Ma come sai, o Cartesio, che la tua notizia di Dio non è piena ed intera ? Come conosci che una parte, per dir cosi, di Dio, non è conoscibile? Nol sai certo, perchè tu abbi una idea chiara e distinta di questa parte. Dunque tu ammetti come effettive tali cose, il cui concelto non è distinto, nè chiaro. E già prima avevi detto : « De cela seul que « j'aperçois que je ne puis jamais en nombrant arriver au plus « grand de tous les nombres... je puis conclure nécessairement... « que cette puissance que j'ai de comprendre qu'il y a toujours « quelque chose de plus à concevoir dans le plus grand nombre, « que je ne puis jamais concevoir, ne me vient pas de moi« même ?. » Dunque tu riconosci la realtà del sovrintelligibile; e

· OEuv., tom. I, p. 426. ? Ibid., p. 125.

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