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spondo facendo osservare che, ritenendo per piaggia la sponda opposta d'Acheronte, il non qui è in opposizione a per altre vie per altri porti ed in correlazione con più lieve legno, e però accenna ai modi del passaggio, e non al punto d'imbarco. Quell'interpretazione è dunque evidentemente errata, e bisogna cercarne un'altra: vediamo di ricavarla facendo un esame logico delle idee espresse nella terzina.

Premettansi alcuni brevi schiarimenti. Il primo porti viene spiegato, se non da tutti, certo con molta presunzione di verità perchè è correlativo al lieve legno, per navicelle da traversar fiumi, cioè trasporti, traghetti, e sta bene: il qui, per l'osservazione poc'anzi fatta, vuol dire qui entro, cioè entro la nave che Caronte spingeva. Il discorso di costui deve quindi suonare a questo modo : « Per altre vie, per altre navi verrai a piaggia, non qui dentro questa mia barca per passare: più lieve legno convien che ti trasporti ». Ora Caronte, nel dire queste parole, si trova approdato o è in mezzo, al fiume? In mezzo al fiume dico io, perchè l'approdo di Caronte è, solo quando le anime si restringono tutte quante insieme alla riva malvagia, il qual movimento è appunto la ressa che fanno per scendere nella barca giacchè hanno disio della punizione. Or questa ressa avviene dopo, quindi mentre Caronte parla si trova in mezzo alla corrente, ed il tratto di tempo che egli impiega per venire a riva il poeta lo riempie parlandoci delle anime. Questo concetto del resto risulta anche abbastanza chiaro da quei versi nei quali è descritto l'apparir di Caronte: Ed ecco verso noi venir per nave ecc. L'infernale rematore è descritto come lontano, e che si avvicina gridando.

Ciò posto, niuna difficoltà si avrebbe ad intender bene l'intiera terzina ove si potessero accoppiare in un modo intelligibile le parole verrai a piaggia e passare. Come debbono andare unite, daia la punteggiatura usata di sopra ? In uno dei due modi seguenti, senza dubbio: 1.° Verrai .a piaggia per passare. Cioè, legandole col discorso precedente: « Per altre vie, per altri porti, non entro questa mia barca, verrai a piaggia per passare » sottinteso

a dall'altra parte ». La piaggia, in questo caso, è la sponda su cui Dante si trova. Questa minaccia o profezia di Caronte vuol dire in conclusione : « Tu, anima ria, affinchè tu possa passare di là, giungerai a codesta riva (verrai a piaggia) per altre vie e per altri porti che per questa mia nave ». Ma siccome Dante già si trovava su quella sponda da dove poteva effettuare il passaggio, se ne inferisce che il vecchio brontolone gl'ingiunge di tornare indietro e rifare il cammino in senso diverso per venire al punto vero d'imbarco. Ma, ammesso ciò, il che per questa mia nave, cioè il non qui, che senso

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ha? Dante forse si era valso della nave di Caronte per venire a quel luogo? Parrebbe da quella spiegazione che Dante si fosse già servito della barca di lui per giungere all'Acheronte, e che ora, tornando indietro e rimettendosi in cammino per avviarsi al punto d'imbarco, debba farne a meno. Ciò è talmente sciocco e illogico che nulla più ; dunque quelle parole debbon venir collegate diversamente. Vediamo nell'altro modo : 2.° Verrai per passare a piag. gia. Cioè, unendole come sopra col discorso precedente: « Per altre vie, per altri porti, non qui entro, verrai per passaré a piaggia». Piaggia, in quest'altro caso, è la sponda opposta a quella su cui Dante si tiene. Ma, verrai, dove ? Naturalmente sempre al luogo d'imbarco; e però, sebbene ora la frase passare a piaggia accenni alla riva opposta, pure, quanto al modo di venire a quella d’imbarco, sussistono le sciocche conseguenze accennate più sopra. Per conseguente neanche questo secondo modo è quello come le parole in esame debbono andar combinate. C'è un terzo modo in cui possono essere trattate, e questo lo vedremo or ora; qui osservo che i due passaggi dove le anime s'imbarcano per i regni oltramondani, questo di Caronte e quello dell'Angelo (Purg., I), non hanno relazione fra loro, anzi sono distinti e separati, e quindi la spiegazione del Biagioli che gli altri porti e il più lieve legno siano quelli dell'angelo non sta, perchè nè la barca di Caronte potea servire fuori l'Acheronte, nè quella angelica per i tragitti infernali; e siccome qui si tratta nè più nè meno che di valicare questo fiume e di andare a visitare l'inferno, ognuno intende che l'Angelo non ci ha proprio che vedere, e che il vecchio demonio, faccia sul serio o da burla, non può alludere ad esso.

Il terzo modo che si può tenere con quelle parole è non più di accoppiarle, ma di lasciarle scompagnate. Si dovrebbe adottare una punteggiatura differente e sospendere il discorso cosi : « Per altre vie per altri porti verrai a piaggia, non qui ». Si rammenti che Caronte mentre dice queste parole si trova in mezzo al fiume e non all'imbarco, e quindi il verrai a piaggia può bene non riferirsi alla sponda su cui Dante si tiene, ma accennare a quella opposta dalla quale testè il vecchio rematore si è spiccato, ed alla quale si riporta con movimento naturale del pensiero. Ed anche se Caronte si trovasse già a proda, il verbo venire potrebbe reggere in significato di pervenire, andare, come in questi versi del canto I dell'Inferno :

E vederai color che son contenti

nel fuoco perchè speran di venire,
quando che sia, alle beate genti.

Di più; essendo il verrai a piaggia intimamente connesso nel senso del periodo col non qui, cioè, come s’è chiarito, con questa barca, il quale non qui si contrappone a per altre vie, non ci può esser dubbio di sorta che dovendosi servire di un mezzo di tragitto e dovendo percorrere una certa via per giungere a quella tale piaggia, questa non può essere quella sulla quale Dante già si trova, ma l'opposta.

In tal modo il senso corre bene, e il passare congiunto con l'ultimo verso ne rende il significato più completo. La terzina dunque va divisa così :

Disse : Per altre vie, per altri porti

verrai a piaggia, non qui: per passare

più lieve legno convien che ti porti. Tale punteggiatura era già stata proposta dall'abate Brambilla nel suo Saggio d’uno spoglio filologico, e venne in seguito riportata alla nota XXVIII nell'appendice all'edizione della d. C. fatta dal Passigli in Firenze nel 1830. Il Brambilla scrisse: «Così punteggio e virgolo questa terzina, differentemente da tutte le edizioni della d. C. (intendo di quelle che ho veduto io, che non son poche); e ciò per cavarne miglior costrutto che non si fa ponendo la virgola dopo qui, e i due punti dopo passare. Se non ti va questa mia correzione, o lettore, il cielo la benedica ». Se il cielo l'abbia benedetta non so; ma i dantisti l'han certo mandato a farsi benedire, poichè si sono sempre attenuti alla vecchia interpunzione, la quale, ha ragione il Blanc, mentre ha torto di darne l'intenzione a Dante, rende un senso confuso. Con la correzione del Brambilla l'interpretazione retta, senza ambiguità o confusione, è la seguente: « Giungerai di là per altra via e per altro mezzo che con questa mia barca: al tuo passaggio occorre un legno più leggiero ». E ni par che di meglio non si possa desiderare. Or, questa spiegazione è press' a poco quella proposta dagli editori bolognesi la quale dice: « Altri ti passerà all'opposta spiaggia non io: passerai in altro legno, non qui ». Ma questa ultima spiegazione, sebbene incompleta, non presenta incongruità alcuna col vero senso della terzina; incongrua fu resa poi dai tre commentatori prelodati col sostituirvi luogo in cambio di legno.

III.

Si legge pure nei commenti che quest'ultime parole di Caronte sono ironiche ed accennano al peso corporale di Dante, il quale avrebbe fatto affondare più che non soleva con altrui la sua barca, come poi fece quella di Flegiàs. L'ironia può esserci e non può. Se si ammette che Caronte prevede che Dante passerà all'altra riva per virtù divina, allora il per altre vie, ecc. si riferisce a questo diverso mezzo di tragitto, e siccome predice una cosa vera, non c'è nessuna ironia nelle sue parole, salvo forse una punta nell'ultimo verso per quell'aggettivo lieve : se non si ammette che Caronte abbia preveduto il passaggio miracoloso di Dante, supposto che questo passaggio avvenendo per protezione celeste, non si rivela con precedenza agli spiriti d'abisso, l'ironia c'è. Infatti quelle parole varrebbero : « Che! tu vuoi passar dunque davvero? Passerai, se ti piace, per altre vie e per altre navi, ma non sarà mai che tu lo faccia per questa mia barca: io non ti ci voglio. Affinchè tu pervenga di là bisogna che ti tragitti un legno più leggero di questo mio ». Ma, ride qui e dice fra sè il vecchio demonio: «Sta a vedere come tu passerai non essendoci in Ache. ronte altro navalestro che io nè altra barca che la mia! » L'ironia starebbe dunque in questo sottinteso e maligno pensiero di Caronte; e in questo secondo caso sarebbe pure senza dubbio in quell'aggettivo lieve, il quale pigliato per quel che vale fa capire che è detto per burla, perchè una nave da ombre, qual'era la sua, sarebbe stata talmente leggiera che non si sarebbe potuto desiderare di più per un vivo; se pigliato per il suo contrario, cioè massiccia, pesante, allora è per sè stesso canzonatorio, dappoichè vuol denotare l'opposto di quello che propriamente significa; e l'antifrasi è sempre un'ironia. Quale di queste due interpretazioni può esser la vera ?

La quistione, al pari di ogni altra dantesca, come si vede, è complessa, perchè si collega al passaggio d'Acheronte avvenuto in un certo modo che il poeta non dice, ma che da tutti vien predicato per miracoloso, e che, se non ha dato, darà molta carta da sciupare agli studiosi del poema: per la qualcosa, avanti d'indagare se Caronte abbia potuto oppur no prevederlo, vediamo se è probabile che in esso ci sia stato un intervento divino. Io affermo che no.

II. prof. Puccianti, scrivendo nel Fanfulla della domenica del « greve tuono », rilevò come dal commento dell'Ottimo si

possa dedurre essere stata opinione di questo chiosatore che Dante sia stato trasportato di là nella barca di Caronte, e perciò senza aiuto d'angelo alcuno ; ed annunziò che il sig. G. Donati sosteneva con buone ragioni una consimile spiegazione. Anch'io sono d’un tal parere, ma non conosco per quali ragioni il Donati credesse così; anzi non so neppure se egli si sia mai deciso a mettere in carta codeste sue ragioni: tutto ciò che dirò son dunque le mie vedute personali; e siccome nel presente scritto l'argomento è complementare, mi restringerò ad esporre succintamente quello che mi induce a credere come l'Ottimo, il Donati e, si può aggiungere, il Rambaldi.

Argomento principalissimo e sufficiente, secondo me, sarebbe questo: Se il passaggio d'Acheronte fosse stato fatto per intervento divino, Dante avrebbe dovuto farne almeno un cenno o prima o dopo: il suo silenzio assoluto, salvo che non ci si creda autorizzati a fargli dire più di quello ch'ei dice o lascia intendere, mi pare che dovrebbe in primo luogo interpretarsi per mancanza assoluta di qualunque fatto nuovo avvenuto durante il suo stordimento. Bisogna escludere, s'intende, dai fatti nuovi il passaggio nel modo previsto, cioè per mezzo della barca carontiana. E che ciò può esser vero conforta a crederlo l'avere il poeta narrato minutamente il come avvenne la sua traslazione quando nel purgatorio fu preso dal sonno ed allo svegliarsi si trovò in altro sito da quello in cui si era addormentato, e, in generale, il non aver mai lasciato nel dubbio o nell'oscurità il più piccolo atto riferentesi al suo proyredire per i regni degli spiriti; perchè la verisimiglianza della visione fondandosi principalmente sulla possibilità di superare gli enormi ostacoli che presentava il cammino, se di tutti questi ostacoli non avesse specificato o accennato i modi come furono superati, avrebbe infirmato la base della sua concezione artistica, e nella mente del lettore, coll'accumularsi delle incertezze, sarebbe andata svanendo l'illusione del vero. Perciò qui, se non dice affatto nulla, io sostengo che si debba credere che nulla ci fu di nuovo. Dante, fuor dei sensi, com'è facilmente supponibile, fu messo nella barca; giunto all'altra sponda e posato a terra fu desto da un tuono. Il quale tuono è un altro di quei fenomeni naturali che avevano preceduto, anzi provocarono, il suo cadere per terra, quali il tremore del suolo, il balenio vermiglio, il vento: proprio un terremoto accompagnato da una procella nella quale, oltre a dei lampi, nulla di strano che vi siano stati anche dei tuoni.

Quello che indubitatamente ha imbrogliato il raziocinio dei commentatori è stato il fatto che Dante svenuto non poteva entrare da sè nella barca, nè uscirne giunto di là; e perciò, lavorando di induzione, ne hanno tirato la conseguenza che, come nel purgatorio lo porta Lucia, qui debba portarlo un angelo, senza badare ai diversi significati del fatto, ma riguardando materialmente all'azione. Ma e Virgilio e Caronte, domando, non possono levarlo di peso? É inutile obbiettare che quelli essendo ombre non avreb

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