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MONS. AGOSTINO BARTOLINI

STUDI DANTESCHI

VOL. III.

PARADISO

SIENA
TIP. ARCIV. S. BERNARDINO EDIT.

1894.

PROPRIETÀ LETTERARIA

Con permissione dell'Autorità Ecclesiastica

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La felicità, meta e sospiro dell'anima umana, vuol essere ritratta dall' Alighieri nella sua espressione suprema e oltramondiale nel Paradiso. Ma la felicità perfetta non può essere ritratta dall'uomo, e quindi il lavoro della terza cantica ha un elemento cinvenzionale e fittizio, maggiore assai di quello che s'avvisa nelle cantiche del dolore e della speranza. L'opera del Paradiso è interamente diversa, a mio credere, per l'organamento geniale dalle altre due. Nella prima Dante è più pittore che poeta, nella seconda é più poeta che pittore, nella terza e scienziato ed artista insieme. La materia della terza cantica è eminentemente teologica: severamente scolastica. Sebbene tutto il poema sia una Somma, parte filosofica, parte teologica; il Paradiso ha copia maggiore dell'elemento teologico. Indi ha difficoltà che trae dall'elevatezza dei concetti, e dal

BARTOLINI

Studi Danteschi

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sistema arduo dell'ordinamento razionale. L'elemento artistico è stupendo nella cantica del Paradiso, ma, appunto perchè più fine, meno plastico e popolare. Nessuno ignora il nome e l'atteggiamento del Conte Ugolino, molti il nome e la storia di Piccarda Donati.

Dicemmo poc' anzi che la felicità perfetta è oltramondiale, nè può essere ritratta dall'uomo pellegrino del dolore. Il solo uomo che avrebbe potuto narrarla, almeno in parte, se li oggettività estetica non avesse ecceduto la potenza della significazione umana, sarebbe stato S. Paolo, il vero Dante del Paradiso reale. A questo l'Alighieri fa accenno sin dal principio della prima cantica, dicendo

Io non Enea, io non Paolo sono. (1)

La visione beatifica, di cui è elemento necessario il lume della gloria, non potea aver nulla che fare colla semplice contemplazione geniale e fittizia, sia pure del più grande degli artisti. Ma occorre opportuno al pregustamento delle celesti delizie lo spirito di perfezione cristiana: i santi sono i meno indegni cantori del Paradiso. L'elemento ascetico è il vero elemento geniale della suprema allegrezza. Perchè Dante avesse potuto trovare minore difficoltà in questa terza opera dell'ingegno avrebbe dovuto avere l'anima di S. Francesco e di S. Teresa. Ma Dante, benchè pieno di fede, non era un santo, e quindi anche da questo lato a lui venivano meno gli aiuti pel grande lavoro.

(1) Inf. II.

Dante era un genio afflitto dalla sventura, un genio, come notammo, confortato dalla fede e dalla speranza, un genio d'artista, avido oltremodo della scienza. Dante che siede in Parigi nel vicolo degli Strami sulle scranne degli studenti di Teologia, prepara il materiale della terza cantica, cercando nella severità della scienza l'elemento organico del fiorito e lucente quadro del suo Paradiso. Dante esule e pellegrino del dolore, nella considerazione della società umana, che solo può avere conforto e salvezza dalla fede, immagina l' esterna linea, e direi quasi la sagoma del suo Paradiso, elevando l'uomo al cielo, per renderlo migliore sulla terra, tratteggiando per quanto era da lui la felicità beatifica per invogliarne i suoi compagni di pellegrinaggio, gli abitatori di quell?

Aiuola che ci fa tanto feroci. (1)

Ma Dante a fornire l'ultimo e arduo lavoro non ha altri colori sulla sua tavolozza d'artista, che quelli dell'umana allegrezza danze, fiori, e luce, soprattutto la luce; per queste tinte (come vedremo più diffusamente in altro lavoro,) egli deve dipingere il suo grande quadro. Ma che sono le danze, i fiori, la luce di noi poveri mortali? Ombra e fetore di sepolcro. Tuttavia con queste pallide tinte Dante poteva sperare di ritrarre in qualche guisa la felicità umana nel Paradiso terrestre, (2) ma non mai la celeste felicità. Egli conobbe perfettamente come

(1) Par. XXII.
(2) Purg. XXX.

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