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fosse difficile l'opera sua e di questa difficoltà fe' chiaro cenno nell' invocazione, onde s'inizia la terza cantica:

O buono Apollo all'ultimo lavoro
Fammi del tuo valor siffatto vaso,
Come dimandi a dar l'amato alloro.

Infino, a qui l' un giogo di Parnaso
Mai non fu; ma or con ambedue
M'è d'uopo entrar nell'arringo rimaso (1).

Ma Dante non si turba e immagina l'organamento della terza cantica nella quale l'esposizione dottrinale s'alterna alla fine dipintura dell'eteree figure, nella quale l'arte gareggia colla scienza, e la scienza regina delle scienze, si veste del fulgido manto dell'arte. Senza che il Paradiso dantesco acquista bellezza inarrivabile pel contrasto di antitesi coll' Inferno; poichè questo è il regno dell'egoismo e dell'odio, quello il regno dell’amore.

In questo amore supremo, in questa pace serena, in questa luce immortale s’incentra la finalità parenetica del poema intero. Dante dà contezza di questa finalità nella lettera, onde dedica la terza cantica a Can Grande della Scala. I beati di Dante hanno rapporto all'umana famiglia e parlano delle umane cose; il rimprovero di Cacciaguida pei pravi costumi di Firenze, e di S. Pietro pel non retto adoperare dei pastori non usciti ancora dal mondo, messa da parte la ragionevolezza del rimprovero per rispetto

(1) Par. 1.

a' supposti fatti di che altrove parlammo, significano il dovere di seguire la virtù, di combattere il germe dei vizi, che non lasciano mai di turbare l'anima umana, di seguire il precetto di Cristo: siate perfetti com'è perfetto il vostro padre celeste ch'è ne'cieli. Per il vincolo della parenesi il Paradiso di Dante è un quadro che insegna la moralità e la virtù, è una visione che conforta i pellegrini del mondo, è la discesa degli angeli che traggono a rallegrare il dormente patriarca. Coloro che viderọ nel rimprovero de' beati contro quelli che traviassero nel mondo , anche ornati d'altissima dignitá una semplice animosità personale del poeta, non s'apposero interamente. Non neghiamo, come altra volta osservammo, che elemento d'avversione personale avesse luogo in questi rimproveri, ma asseriamo con fermezza che la rampogna paradisiaca, specialmente quella ch'esce dal labbro del primo de' sommi pastori, (1) non è altro che un richiamo al dovere del perfezionamento morale, che dev'essere tanto maggiore quanto è maggiore la relazione che passa fra l’uomo viatore e Dio, fra la creatura umana e il paradiso. Nel rimprovero di S. Pietro è significato lo studio ch'è nella Chiesa di rendere sempre migliore la vita e i costumi de'chierici, studio che si palesò ne' canoni, che signoreggiò ne'concili; onde avviene, che tenuto conto dell'umana fralezza, s'additino nuovi modi, si forniscano nuovi rimedi, si formino nuovi precetti per avvicinare, per quanto si possa, l'uomo debole, imperfetto all'angelo. L'amore della povertà,

(1) Par. XXVIII.

del ritiramento, della mortificazione è predicato dai santi, perchè i santi tratteggiati dall' Alighieri, nella sue stupende agiografie, parlano al mondo e parlano efficacemente. L'abbandono, anche leggero, delle principali norme della virtù, l'intepidimento del fervore religioso, il non retto modo della predicazione, l'abuso di potere ne' grandi, l' efferata brama nei piccoli, l'odio de tiranni e l'odio delle plebi, la discordia de' cittadini fra loro, tutti i vizi, come hanno punizione nelle altre cantiche, hanno sublime rimprovero di fatto e di parola in questa terza. È il cielo che si lamenta della terra, perchè non somiglia ad esso, è il regno di Dio che vorrebbe essere diffuso in mezzo agli uomini, è la luce che non vorrebbe essere ripudiata dalle tenebre, è la voce della giustizia, dell'amore che scende nella valle della colpa e dell'odio, è il grido solenne di Dante che, levando la tela che schiude la maravigliosa visione del Paradiso, sprona gli uomini a ben fare, ad amarsi a vicenda, a unirsi come una sola greggia sotto l'unico pastore, al quale lo stesso immaginato cosmocrata, deve piegarsi come figlio a padre. La cantica del paradiso è il sursum corda proferito dall’Alighieri al cospetto dell'intera umanità.

II.

Ciò posto, diciamo qualche cosa intorno alle immaginate forme del Paradiso dantesco. Esso, secondo le dottrine di Tolomeo, si compone di nove cieli che s'aggirano intorno alla terra immota e posta nel centro dell'universo, in orbite circolari e concentriche, e questi cieli s'aggirano sempre più vasti e veloci, fincliè si giunga all' ultimo ch'è vastissimo e velocissimo. Questi sono i cieli della luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno, delle stelle fisse del primo mobile

che tutto quanto rape L'alto universo seco. (1).

Me no che il Sole, tutti gli altri pianeti si aggirano di proprio moto fisso nel loro epiciclo, d’occidente in oriente, mentre il primo mobile volge tutti i cieli di oriente in occidente. L'empireo, cielo quieto ed immobile, abitazione di Dio, sta sopra tutti. Le angeliche intelligenze presiedono alle sfere e le muovono, siccome ministri della divina Providenza; e ne fanno piovere benefici inilussi sulla terra. Tutte le anime beate hanno sede nell'empireo, e la loro beatitudine è tutta nella visione di Dio, e vogliono quello che vuole Dio, contente del grado di gloria che loro viene da Dio, secondo la diversità de' loro meriti. Ma Dante a significare i meriti di esse e i diversi caratteri delle virtù esercitate nel mondo, fa apparire queste anime nei differenti pianeti dentro viva luce che le fascia, la quale luce è maggiore o minore anche nella stessa sfera a significare il maggiore o minor grado di gloria, rispondente al merito. Peraltro tutti gli eletti vedono in Dio che vede tutto, i pensieri d'ogni inente creata, vedono il pas

(1) Par. XXVIII.

sato, il presente ed il futuro. Il fiammeggiare della luce risponde al maggiore o minore affetto onde l'anima beata si volge favellando altrui, di che avviene che queste anime sfolgorino più vivamente nel parlare che fanno con Dante.

Il sistema di Tolomeo non poteva fornire a Dante migliore elemento di concepimento geniale. Se Dante avesse poetato dopo i progressi della scienza astronomica, certo la forma, onde si presenta il paradiso dantesco sarebbe stata più bella (1). Non è vero che il progresso della scienza rechi danno all'arte, imperocchè per quanto muova innanzi la scienza co’ suoi trovati, essa sarà sempre poca e misera rispetto alla verità e bellezza deil’universo. L'immaginazione avrà sempre modo di signoreggiare

modo di signoreggiare e di aggiungere al conosciuto e al reale, l'incognito ed il possibile. La scienza è il piedistallo dell'arte.

Dante nella Monarchia (1) dice che quello è buo'no ed ottimo che è secondo l'intenzione del primo agente ch'è Dio. Indi ogni creatura, secondo Dante, ritrae della divina esemplarità, per quanto il consente la propria natura. Per questi principi s'avvisa l'intendimento del poeta per le relazioni che passano fra la creatura e il creatore per ciò che riguarda la bellezza. Tanto più la scienza s'avanza nella cognizione del vero, tanto più l'arte ha modo di spazire nella ragione del bello, di che devesi grande lode all'Alighieri perchè seppe da povera scienza trarre luce vivissima di parvenza geniale.

(1) Balbo, Vita di Dante, L. II. C. 15.
(2) L. I.

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