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L'ideale etico può essere riposto nel Bene assoluto che risieda, come ultimo fine, o nella divinità o in un mondo trascendente, oggetto d'intuizione ; o può riporsi, in quanto è il bene, in un moto particolare dell'anima, quale è, poniamo, l'emozione estetica, o il senso del piacere e dell’utile. La morale mistica, estetica, edonistica e utilitaria, si basano infatti su analoghe concezioni del bene, travestendo la realtà psicologica con finzioni ideologiche.

È fittizia la concezione intuizionistica del bene, e così anche l'assunzione del bene come fine ultimo. Il virtuoso ha l'intuizione del bene, ma che è questa intuizione se non la rivelazione del suo stesso essere, ossia la coscienza di quel termine di acquietamento che la sua stessa anima per suggestione sociale e per nativa e fortunata inclinazione si è costrutto, come necessità non soltanto ideale e teorica, ma psicologica e pratica? Ma la scienza morale, la deter

minazione del bene, può essere opera anche dei non virtuosi, dei non santi; può essere costrutta all'infuori dell'intuizione, e non basterebbe del resto l'intuizione di un santo a costituirla. È anzi oggetto di scienza anche la formazione della virtù, la ricerca analitica di quegli elementi e di que' momenti per cui il bene si concepisce e si attua nella coscienza.

Il bene intuito può essere per convenienti integrazioni pratiche, create dall'abitudine, vita morale; ma non è mai pura intuizione la scienza, bensi analisi lenta e laborioso discoprimento; e la scienza morale, analitica e indagatrice, non ha l'ufficio di fissare l'ideale assoluto come punto luminoso eternamente immutabile, cui l'occhio dell'anima debba percepire; ma trascinata dall’incessante evolvere della vita morale, ha il compito di ricreare, con la discussione critica delle stesse intuizioni, la concezione etica, rifornendola di nuovi coefficienti, sostituendo gradatamente alle antiche, nuove abitudini di pensiero, di sentimento, di volontà, restaurando insomma, nell'incalzarsi continuo dei fatti nuovi, i fini concreti della vita.

Il Bene è certamente anche un fine, nè può essere sentito come bene senza che sia sentito implicitamente come fine, come non può un fine non essere, se veramente è fine, concepito anche come un bene. Sarebbe vano il sostituire, come vorrebbe il Wundt, il termine fine al terinine bene (affine di evitare il riguardo edonistico) perchè, comunque, il fatto psicologico della concezione di un fine implica che sia sentita come buona l'aspirazione ad esso, e vi si accompagni il desiderio di ottenerlo. Ma è fittizia la concezione di un fine o d'un bene assolutamente ultimo e assoluto.

Mentre l'attualità domina inquietamente, estin

guendosi nei suoi singoli momenti, l'idealità la riaccende provocando (nel bene come nel bello e nel vero) inquietudini nuove. Nè del resto l'artista sarebbe veramente artista se non ritraesse dalla sua stessa opera nuova ispirazione, e non risentisse il bisogno di altre concezioni; nè sarebbe veramente scienziato colui che non fosse dalle sue conquiste scientifiche spinto a vedere più in là. L'anima dell'uomo profondamente morale è egualmente attratta senza tregua dall'ideale etico; il bene è per lei, come il vero per lo scienziato, e il bello per l'artista, sorgente inesausta di ulteriori fini concreti, di opere morali nuove. Se infatti ogni atto buono non è l'ideale del bene, ma un puro momento dell'immanenza di questo; se è tendenza caratteristica d'ogni ideale che costituisca la vita dell'anima di perpetuarsi con essa, perseverando, – si comprende come nessuna azione, per sua natura finita e relativa, possa presumersi come esauriente l'ideale del bene. È perenne l'inquietudine dello spirito, ed è illusoria la raggiungibilità di un fine ultimo.

Le due idee di fine e di ultimo assoluto, stanno fra loro psicologicamente in tale rapporto che può dirsi si escludano. Se un fine reale esiste nella coscienza, questo è attuale, prossimo, immediato. La concezione del fine costituisce sempre uno stato particolare di coscienza il quale risponde alla situazione particolare e mutevole dell'anima individuale: e se il fine che l'individuo propone a sè stesso non penetra veramente questa particolare situazione e non vi corrisponde, è un fine più nominale che reale, è un indistinto che pur esercitando un potere ideologico affascinante, subisce praticamente un'interpretazione affatto diversa dalla definizione logica.

Che significa ad es. riporre nell'umanità astrattamente concepita, il fine ultimo e assoluto delle no

stre azioni? Può in vero questo oggetto ideale esercitare un'azione profonda, riassumendo in sè gli sparsi oggetti dell'amore nostro, sociale; può anche, per la degnità sua, eccitare simpaticamente i nostri affetti, e dar stimolo al nostro operare: ma più che questo oggetto come astratto e ideale, ultimo e assoluto, opererebbe, in tal caso, in noi, il senso concreto dei rapporti umani, quali si costituirono nella nostra esperienza, fra termini attualmente noti, quali sono i parenti, gli amici, i concittadini, gli estranei: e d'altra parte quando trattisi di atti che si riferiscono al bene reale di qualcuno, si avrà pure presente come fine prossimo e concreto questo bene reale, di cui il bene assoluto, fine ultimo, non è che un sostitutivo mentale intrinsecamente inoperoso. Da ciò risulta che il fine che per modo di dire è ultimo e assoluto, è il fine prossimo, e che il fine presunto astratto e generale, se attivo, è in verità un fine concreto e particolare, un fine che nascendo dalla situazione psicologica della personalità, ne riverbera necessariamente l'impronta, ne riflette i caratteri, e ne esprime le tendenze. Se fosse un fine assolutamente trascendente, non avviverebbe l'anima ; e posto pure che si riuscisse a dimostrare che è il più grande bene immaginabile, degno di valere universalmente, qualunque possa essere la situazione psicologica della personalità individuale, — quando questa non vi corrispondesse con le sue particolari inquietudini, esso non scuoterebbe affatto il sentimento, nè muoverebbe la volontà morale.

Il Bene non è psicologicamente l'oggetto assoluto o universale a cui possa intendersi dagli individui e dai popoli concordemente. La sua interpetrazione è necessariamente varia da individuo a individuo, da gruppo a gruppo, da tempo a tempo; e di questa va

rietà sono offerte larghe e inoppugnabili prove dalla psicologia e dalla storia. La stessa filosofia morale quando mirò a costituire l'ideale del bene come universale, fallì alla prova, essendo varie e contradittorie le teorie che a questo scopo si sono avanzate. Questa varietà e contrarietà analoga a quella collettiva che impronta le varie credenze, per es. quelle religiose, attesta infatti il diverso tipo della personalità che le ided. Anche le morali che il Ribot considera come morte (1), sono morali effettivamente vive, esprimendo cioè, come un modo di pensiero di un determinato gruppo sociale, quello per es. dei teologi, o degli utilitari, o dei metafisici) così un carattere fondamentale della personalità ideatrice. Il difetto loro sta nel postulare come generale ciò ch'è particolare, come oggettivo ciò che è un modo della soggettività, dissimulando nelle morte astrazioni la vita dell'io morale.

La morale mistica pone a fine ultimo e a sommo Bene un fine e un bene assoluto, trascendente, che deve essere identico per ogni anima anche se questa fosse cieca e non lo intuisse, e fosse per sua natura, ribelle, e non lo seguitasse.

Dio è non soltanto il simbolo di questo termine assegnato dalla morale mistica all’anima umana, ne è esso stesso l'incarnazione, l'essenza. Egli è, come Sant'Agostino dichiarava « il sole della giu

ma

(1) « Les morales vivantes sont nées des besoins et des désirs, suscitant une construction imaginative qui se fixe dans des actes, des habitudes et des lois; elles proposent aux hommes un idéal concret, positif, qui, sous des apparences diverses et quelquefois contraires, est toujours le bonheur. Les morales mortes – - d'où l'invention s'est retirée – naissent de la réflexion et de la codification rationnelle des morales vivantes: consignées dans les écrits des philosophes, elles restent théoriques, spéculatives, sans efficacité appréciable sur la masse des hommes, simple matière à dissertations et à commentaires ».

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