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taggiata in questo rispetto, e rifusa, la cultura scientifica.

Ogni progresso nella scienza si compie effettivamente seguendo una di queste due vie: la via che conduce a superare limiti che parevano fissi, e l'altra che conduce a fissare limiti che prima o non apparivano, o erano pensati in maniera indistinta. In breve, il progresso scientifico (e quello filosofico è da comprendersi) è in funzione del limite d’una data cognizione. La sostituzione della legge al caso, la scoperta di nuovi fatti che concorrono a convalidare una legge, il riferire a una causa nota un effetto prima inspiegato, e via dicendo, sono esempi dell'amplificarsi del limite conoscitivo. Ed esempio del fissarsi e restringersi d'un limite prima indistinto o eccessivamente amplificato è ogni specificazione teoretica, ogni distinzione analitica, ogni ulteriore differenziamento nelle classificazioni. Nell'uno e nell'altro caso si stabilisce un punto di vista nuovo da cui o si allarga l'orizzonte mentale o se ne designano più particolarmente e distintamente gli aspetti: e può darsi (questo accenno non è estraneo al nostro studio) che così ne risulti profondamente mutato il metodo di ricerca e di ricostruzione, e che il nuovo dato, il nuovo limite, il nuovo punto di vista, diventi il coefficiente d'un nuovo movimento di idee, e s’imponga persino come elemento organico di sistemazione d'una dottrina originale.

Il fatto della finzione consiste, come comunemente si crede, nel creare enti che mentre per sè sono irreali, si assumono e si trattano, come reali; e il termine finzione è anche usato come sinonimo di ipocrisia, di simulazione e di dissimulazione. La finzione ci si presenta pertanto, così considerata, sotto due aspetti, conoscitivo e pratico; nel primo di questi

aspetti apparisce analoga all'illusione, nel secondo ci si presenta con caratteri diversi. Se si dovesse estenderne il dominio al di là dei confini comunemente assignatile, potrebbe parere compromesso, col valore della conoscenza, quello della morale; e un nuovo punto di vista si costituirebbe sia al problema gnoseologico, sia a quello etico. Comunque dall'analisi della finzione trarrebbe nuovo incremento la cognizione dell'anima, e sarebbe inscientifico subire in tale grado lo sgomento che derivasse dalla previsione di conseguenze non gradite, da ridursi a negare i risultati a cui l'analisi rigorosamente conducesse. Ma che è dunque propriamente la finzione? Conviene infatti che anzitutto la definiamo in modo da precisarne il concetto più che non comporti il significato volgare di questo termine. Può esserci buona guida a questo fine il confronto a cui già ci siamo predisposti, della finzione con la illusione.

Secondo il Sully si dànno illusioni passive e illusioni attive; le prime sono dovute alle accidentalità dell'esperienza individuale, le seconde agli impulsi del sentimento e all'attività dell'immaginazione costruttiva. Se mentre corre il treno in cui mi trovo, vedo correre in senso opposto gli oggetti della via che traverso, sono vittima d'un'illusione che può dirsi passiva perchè, almeno in tesi generale, dipende dal fatto che i movimenti muscolari dell'occhio, correndo il treno, non si compiono con quella relativa e regolare indipendenza con cui si compirebbero se il treno fosse fermo: l'occhio è, a così dire, per l'accidentalità dell'esperienza del correre, passivo. Se all'incontro io scambio una persona o una cosa reali con altra persona e altra cosa che sono soltanto nella mia mente, e che vengono a sovrapporsi e a sostituirsi all'oggetto reale e immediato della percezione, l'il

lusione mia può dirsi attiva, perchè vi coopera una interiore mia attività, la quale ostruisce all'oggetto percettivo la via della sincera obbiettiva conoscenza: essa risulta dalla cooperazione d'un'anticipazione mentale soverchiatrice. Lo stato di attesa contribuisce a rendere erronea la interpetrazione della realtà, avvincendola a quello stato interiore in cui risiede, nell'attesa, la preoccupazione. Le due specie d'illusione riflettono del pari un difetto di critica, ma mentre nell'illusione passiva la critica è inibita dal prevalere d'un'impressione esterna, nell'illusione attiva è inibita dal prevalere d’un motivo, d’una tensione interiore, da un'attività particolare del soggetto.

Or dunque è finzione tanto l'una quanto l'altra specie d'illusione, scambiandosi egualmente, in amendue i casi, l' immaginario col reale: ma noi converremo di chiamare più propriamente finzione l'illusione attiva, riservando pertanto il termine finzione a significare il prevalere d’uno stato interno, di coscienza, per cui, per dir molto in breve, si dà corpo alle ombre, proiettandosi nel mondo reale un prodotto della immaginazione. Diremo pure finzione quell’artificio interiore per cui si dà forma di obbiettiva verità a credenze che sono dovute a un singolare disporsi dell'anima per effetto di intimi bisogni, di segrete tendenze, e : che si stabiliscono e seducono senza che il soggetto penetri veracemente l'essere e il moto del proprio spirito.

Da questa specificazione di concetto che non può apparire arbitraria se i fatti obbiettivamente distinti è pur necessario distinguerli concettualmente) la finzione ci rivela un più vasto dominio che non sia quello proprio della illusione, perchè mentre questa è piuttosto riferita, comunemente, all'ordine conoscitivo, la finzione, qual'è da noi intesa, sembra pe

netrare l'anima più intimamente. L'illusione è « una deviazione dell'esperienza individuale dall'esperienza umana » (Sully) ed è un fatto particolare e transitorio: la finzione è, come noi l'assumiamo, una deviazione di sè da sè stesso, ed è, così concepita, un fatto generale, un atteggiamento comune dell'anima umana, per cui si contempla piuttosto la idealizzazione di sè, che non la vera e schietta realtà propria.

Nell'apparire psichico è anche la realtà viva e vera dello spirito individuale; ma non tutta la realtà costitutiva della personalità apparisce, nè ogni interpretazione di sè, pur essendo sentita e vissuta, è l'espressione esatta ed esauriente del proprio intimo essere. Le tendenze più profonde dell'anima rimangono spesso ignorate, o la loro rivelazione è frammentaria e confusa. E se intanto l'individuo crede di avere di sè una precisa conoscenza, e assume come assolutamente valida e sincera quella interpretazione ch'egli dà del suo essere interiore, e in essa si acqueta, non sarà improprio affermare che questo stato della sua coscienza dissimulando, in quanto superficiale, l'essere reale più profondo, che tuttavia si crede noto e pienamente cosciente è uno stato in cui domina la finzione, e che, in ultima analisi, l'individuo in questa guisa vive non tanto la realtà quanto la metafora di sè stesso. Analogamente il dominio della illusione esteriore costituirebbe una conoscenza vera del mondo esterno, soltanto apparentemente; il mondo esterno, per l'illusione, sarebbe rappresentato in modo fittizio, e metaforica ne sarebbe la conoscenza se l'illusione, di cui è vittima il soggetto, lo trasfigurasse. Ma procediamo all'analisi.

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Per intendere la funzione visiva è necessario ricostruirne il processo genetico, collegandolo sia alla struttura anatomica, sia ai rapporti dell'essere vivente col mondo esteriore, senza i quali nè la vita, nè quindi la visione, sarebbero possibili. In maniera analoga si può comprendere il fatto psicologico della finzione, di cui devesi infatti ricercare la genesi e la funzione in relazione all'intiera struttura psicologica umana, e per un'esatta concezione dei rapporti della vita individuale con la società. La vita sociale è un coefficiente essenziale delle finzioni dell’anima, così come la natura esteriore è un coefficiente essenziale della visione.

Noi apprendemmo dall'esperienza sociale quelle nozioni che costituiscono il tessuto della nostra mentalità, perchè, se la sensazione è incomunicabile e la percezione -nasce da una reazione soggettiva, alla sua volta la cultura che dà, come si suol dire, un contenuto alla percezione, facendone un organo d’interpretazione della realtà, è acquistata per opera dell'educazione di cui l'uomo è oggetto, in quanto sociale. Della vita psichica generalmente considerata può ripetersi ciò che osserviamo della percezione: essa è informata dalle innumerevoli impressioni e azioni che subiamo in quel continuo e vario contatto psichico che è la convivenza. L'arte della finzione, ch'è parte della vita psichica, ha dunque un'origine sociale.

I rapporti sociali della convenienza ci appariranno, se non ci seducano vedute ottimistiche, più frequenti che non quelli in cui si accoglie la vera morale, che

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